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Cecile Leroy-Beaulieu: Jack Taylor of Beverly Hills

November 2, 2011

La brillante produttrice romana e co-fondatrice della Person Films ci parla della next wave del docu-making.

  • Text by Tommaso Fagioli

Esistono documentari di nicchia, splendidamente realizzati, che raccontano nel dettaglio storie e spaccati di realtà di grande interesse che altrimenti rimarrebbero nell’anonimato. Ne ho visto uno di recente dal titolo Jack Taylor of Beverly Hills, che racconta la vita e il mestiere del ruvido ma adorabile Jack Taylor, il più famoso sarto di Hollywood. Un’icona Americana che per oltre sessant’anni ha vestito quasi tutte le più grandi star del cinema della Golden Age tra cui Cary Grant, Dean Martin e Frank Sinatra, di fatto inaugurando con i suoi capi lo stile del cosiddetto Rat Pack. Potete vedere il trailer qui.

La regista di questa piccola perla è la produttrice romana Cecile Leroy-Beaulieu, figlia dell’attore francese Philippe Leroy-Beaulieu e compagna del regista americano Michael Haussman con cui ha fondato la Person Films, casa di produzione capitolina che realizza grandi campagne pubblicitarie in tutto il mondo (Martini, Acura, Coca Cola, IBM, Disney, Sony) e video musicali per artisti di fama internazionale (Justin Timberlake, Chemical Brothers, Lou Reed). L’abbiamo raggiunta per un’intervista nella sua bella casa nel centro di Roma.

Satellite Voices: Com’è nato il progetto “Jack Taylor”?
Cecile Leroy-Beaulieu:
Subito dopo essere entrata nel suo atelier. Stavo accompagnando mio marito a farsi fare un Searsucker Suit, un vestito di cotone a righe da uomo, quando ho visto questo signore anziano con un’eleganza di altri tempi. Tutto intorno c’erano foto e cimeli di attori della vecchia Hollywood che avevo conosciuto attraverso la passione di mia madre per questo tipo di cinema, e si accesa la lampadina. Praticamente dopo un anno di riprese, Jack e sua moglie Bonnie sono diventati i miei nonni americani.

SV: Che tipo di distribuzione ha avuto?
Cecile Leroy-Beaulieu:
Il documentario è stato visto e acquistato dal Sundance Channel, poi dalla Indiepix. Il fatto è che in America esiste una cosa che in Italia non conosciamo più: la meritocrazia. Ciò significa che se il prodotto è buono, i canali ci sono, e la vera forza del prodotto è il suo vlore intrinseco. Io non conoscevo nessuno lì ma grazie al sito Withoutabox (servizio di iscrizione online per film festivals) sono riuscita a capire come funzionavano i festivals e come potevo spingere al meglio il mio film. 

SV: Come si sceglie un buon soggetto?
Cecile Leroy-Beaulieu:
Tutte le cose che ci circondano e che ci colpiscono possono essere dei buoni soggetti per un documentario. I migliori però sono quelli in cui i protagonisti sono dei personaggi con un carattere molto forte. Una delle domande chiavi da porsi all’inizio è “Di cosa parlerà il film?” Ovvero l’argomento su cui ci si vuole focalizzare, ma poi bisogna lasciarsi travolgere dalle cose, seguire l’istinto. Nel mio documentario sono partita da Jack per poi rendermi conto che in realtà stavo filmando la fine dell’eleganza americana, e quello alla fine è stato il filo conduttore.

SV: Oggi il genere documentario stava attraversando una fase di grande espansione. Cosa ne pensi?
Cecile Leroy-Beaulieu:
Vero. C’è una vera e propria rinascita e la tecnologia digitale ha sicuramente un ruolo decisivo, rendendo i mezzi tecnici più leggeri ed economicamente accessibili. E poi c'è internet che permette una visione istantanea e capillare. Tutto ciò ha creato un terreno fertilissimo di sperimentazione di nuovi linguaggi e forme artistiche: You Tube e Vimeo sono laboratori spontanei permanenti, da cui spesso traggono ispirazione anche le grandi produzioni. Inoltre stanno nascendo una serie di siti che permettono la diffusione dei documentari attraverso la visione in streaming, tra cui uno fantastico che consiglio documentary heaven, che è pure gratuito.

SV: Dovessi fare un documentario su Roma che soggetto sceglieresti?
Cecile Leroy-Beaulieu:
Probabilmente sceglierei di filmare gli artigiani con le loro vecchie botteghe oscurate dal tempo. Un esempio potrebbe essere il piccolo negozio che ripara vecchie bambole in Via di Ripetta sin dagli anni ’50. In vetrina ci sono diverse bambole decapitate, per questo i romani lo chiamano “Ospedale delle bambole”. Già un titolo.

SV: Che rapporto hai con la città?
Cecile Leroy-Beaulieu:
Sono andata via da Roma all’età di tredici anni, passando per la Svizzera e gli Stati Uniti, per poi ritornarci quando ne avevo ventidue. Avevo bisogno di rimpatriare, di ritrovare le mie radici italiane, di riavvicinarmi a Roma. Iniziava a mancarmi la sua magica atmosfera, la sua luce e la sua sconvolgente bellezza in ogni suo angolo. E poi qui da un po’ di anni sento che c’è un nuovo fervore artistico nell’aria, una nuova energia.

SV: Hai studiato Ethnographic filming alla Boston University. La tua top ten documentari...?
Cecile Leroy-Beaulieu:

In ordine sparso:

"The Up Series" Michael Apted
"Salesman" Mayles Brothers
"Capturing the Friedmans" Andrew Jarecki
"Dark Days" Marc Singer
"Dig" Ondi Timoner
"The Thin Blue Line" Erroll Morris
"When We Were Kings" Leon Gast
"Grizzly Man" Werner Herzog
"Spellbound" Jeffrey Blitz
"Koyaanisqatsi" Godfrey Reggio

E poi quelli che mi hanno più influenzata durante i miei studi:

"Nanook of the North" Rober J. Flaherty
"Les Maitres fous e Chronique d’un été" Jean Rouch
"Delits Flagrante" Raymond Depardon

Potete seguire gli updates della Person Films su Facebook
Immagini: Jack e sua moglie Bonnie oggi, Jack nella vasca fine anni '50, Cecile

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